30/03/2011 - Altri articoli dello stesso autore Nando Caligola
Mafiund: Capitolo Terzo – Riciclaggio di frutta e verdura
«Il Superficiale» pubblica un nuovo capitolo di Mafiund – la Gomorra Scandinava, l’avvincente opera di Dan Goran Maccherone.

E’ cosa nota che in Svezia la frutta e la verdura siano merce rara. Il freddo e il lungo inverno non consentono all’economia svedese di essere completamente autonoma sotto questo punto di vista. Ovviamente il prezzo degli ortaggi in Scandinavia è sempre molto alto. E la merce spesso scarseggia. Lo smercio di questi prodotti è gestito quasi totalmente dalla “Mafiund”, con grande sorpresa per noi osservatori italiani, avvezzi a simili prassi ma che mai e poi mai potevamo pensare fosse cosa comune anche in Svezia.
Dagli stralci di un interrogatorio, ecco come Macalusensen, uno dei capi della “Mafiund”, che si nascondeva dietro le vesti di un insospettabile cameriere di un bar, gestiva il tutto attraverso la sua diabolica rete.

Investigatore: “Macalusensen, lei è alle corde, deve confessare”.

Macalusensen: “Beh, caro Investigatore, ero qua solo per portarle il suo amato Punch macchiato alla Menta e per fare due chiacchiere con il mio caro amico, nonché suo primo assistente. Ed in effetti lei non mi ha rivolto nessuna accusa formale, né ho ricevuto alcun avviso di garanzia. Ma non posso tenermi tutto dentro. Confesserò”.

I.: “Già, ha ragione Macalusensen, mi rimangio tutto. Bisogna seguire la prassi. Pertanto aspetterò una formale denuncia dal privato cittadino, dopodiché, previa richiesta al magistrato competente, inizieremo le indagini e, se concluse entro i sei mesi previsti dalla legge, le invierò un formale obbligo di comparizione per testimoniare come imputato in un eventuale procedimento, sempre che lei sia accompagnato dal suo avvocato di fiducia. In caso contrario dovremmo ancora aspettare di nominarle un avvocato di ufficio. Adesso può andare”.

M.: “No, adesso voglio confessare”.

I.: “No, adesso può andare”.

M.: “Ma se ho detto che voglio confessare”.

I.: “E io non voglio sentire. Lalalalalalala”.

M.: “E se le dicessi che quello che sto per dirle permetterebbe a me di ricevermi un bel 20 anni di galera e a lei gloria e fama?”.

I.: “Io le risponderei allora che me ne infischio, io! E che se insiste la metto dentro per resistenza a pubblico ufficiale”.

M.: “E allora io mi autodenuncio”.

I.: “Dica pure. Come avveniva il racket di frutta e verdura?”.

M.: “Già… è proprio di questo che volevo parlare. Era un rete capillare. Tutto era studiato nei minimi dettagli. I guadagni erano buoni. Per questo ero un buon investimento per malfattori come me e il complice, Gargiulenson. Che Odino mi fulmini! Che malfattori che eravamo. Lei conosce il significato della parola “MALFATTORE”? Perché di MALFATTORI si parla…”

I.: “Il concetto mi pare ben chiarito e…mi scusi l’ironia”

M.: “Gargiulenson è un tipo losco, da cui bisogna tenersi alla larga. Alto, snello, capelli biondi, faccia angelica. Pensi che neanche io avevo il coraggio di frequentarlo oltre le nostre attività malavitose”.

I.: “…Ho tutti i brividi…”.

M.: “E non lo frequentavo anche perché è molto noioso, sempre a parlare di Bergson e di Proust. Lui e il suo maledetto dottorato in filosofia contemporanea!”.

I.: “Ritorniamo alla rete capillare”.

M.: “Ebbene l’attività malavitosa era quotidiana, da lunedì al sabato. Solo la domenica ci concedevamo un riposo dalla nostra sete di delitti. La mattina presto, verso le 6-6:30, quando è ancora buio, io e il mio socio andavamo in un luogo desolato ed inquietante. Un posto dove puoi sentire soffiare il vento, dove il freddo te lo senti dentro le budella e dove regna cattiveria e tensione. Noi, in gergo, lo chiamavamo “Mercati generali”. Là aspettavamo, anche 5-10 minuti, insieme agli altri emissari delle altre singole Famiglie. Ad un certo punto dei signori loschissimi arrivavano con i loro camion pieni zeppi di frutta e verdura da rivendere al dettaglio. E si scatenava il putiferio”.

I.: “Mi spieghi meglio. Cosa accadeva di preciso dopo che arrivavano i camion con tutta quella merce?”.

M.: “Beh, le premetto che questi camionisti prima di venire da noi, passavano il controllo di emissari del governo, collusi con il Sistema, in un posto chiamato in gergo “Dogana”, ma non dica a nessuno che gliel’ho detto io perché ho famiglia”.

I.: “Ah, la famosa “DOGANA”. Continui, continui”.

M.: “La tensione era alle stelle, può immaginare. Ad un certo punto tutti gli emissari delle Famiglie, compresi noi, ci scannavamo per accaparrarci gli ortaggi migliori, noncuranti di alcuna regola. Per prendere i pezzi più pregiati si usavano metodi raccapriccianti. Ad esempio il metodo dell’“Asta”. Se il mio avversario, per una partita di ortaggi che gli interessava e che interessava anche me, offriva 100 corone, io ero capace di offrirne anche 110. E vinceva chi offriva di più. A volte arrivavo ad offrire anche il doppio. A volte avevo la peggio, spesso il carnefice ero io. Che peso, Investigatore, che mi porto dietro”.

I.: “Ahhh, e così questo è il famoso metodo dell’ASTA!”

M.: “Fa dell’ironia?”

I.: “No, quando la faccio chiedo scusa. Continui”.

M.: “Ebbene, dopo aver caricato il nostro camion con tutta quella merce “sporca”, e non prima di aver pagato su quella merce le dovute tasse che sostengono il nostro efficace stato sociale, io e Gargiulenson andavamo a rivenderla solitamente in luoghi da noi chiamati Mercati”.

I.: “E ovviamente tutto questo in nero?”

M.: “Assolutamente no. Non vendevamo nulla senza regolare scontrino. Non solo, ma non entravamo in determinati Mercati senza avere prima il permesso rilasciato dalla Autorità competente”.

I.: “MALEDETTI!”

M.: “E prima di passare il resto della mia vita in un carcere con stanzette neanche troppo anguste e con la polizia penitenziaria rispettosa dei diritti del carcerato secondo la legge svedese, volevo togliermi un ulteriore peso: le confesso che spesso le bilance con cui pesavamo gli ortaggi ai nostri clienti erano sballate anche di 10-15 grammi”.

I.: “Già!”

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