01/06/2003 - Altri articoli dello stesso autore Randazzo di Cosimo
I Poeti Umili del Tavoliere
Latifondista, maniscalco, gran spadaro e perditempo. Così ama definirsi il barone Randazzo di Cosimo (Cuneo, 1960), padre e paladino della letteratura neoverista, giurato nemico della Repubblica (da qui l’atto unico «Viva la mona»), scomunicato per simonia, radiato dalla federazione mondiale di scherma dopo l’omicidio del suo avversario.
Assieme ai quattro saggi di Trinitapoli, ha appena stilato la «Relazione decennale e sistematica sullo stato delle finanze del Regno del Sud».
Questo breve pagina, di cui presto daremo il pubblicheremo il seguito, è tratta dall’operetta giovanile «Sudore», ed è la straordinaria testimonianza di un pomeriggio pugliese nella bottega di alimenti scaduti di Antonio Cacao.
Nonostante l’artificio della «narrazione senza referente», tipico dell’Autore, è impossibile non riconoscervi i poeti umili del Tavoliere, ed è impossibile non rintracciarvi un autentico «atto di nascita» di questa fertile e genuina esperienza letteraria, che così orgogliosamente Il Superficiale segue ed ospita nelle sue pagine.

Già la butteglia stava sul tavolaccio.

Come mi vide atteggiare la bocca a riso, sgranò il pugno.

- Santa Caterina, San Cristoforo e San Nicola!

M'arrossò la guancia come una prugna marcia.

L'altro si sfregò la barbaccia lorda di sugna e gli sputò ruggine e terriccio, dicendogli che poi se lo vendesse all'anima dei morti.

Gliel'avesse detto prima, quello glielo comprava a credenza, già che quell'annata ci faceva riescire una figliolata di pomidori verdognoli, ché tanto mentre lui faceva il minchione li lasciava sotto la pedagna finché non se ne andavano a male.

E invece quell'altro bighellonava fuori bottega, ingoiando cenere e polvere di fustagno, tutto zitto e pensoso come un chiodo arrugginito.

Niente niente, quello mi vide tutto d'appresso che mi levavo la curiosità, e dunque senza pretesto mi lisciò la schiena a roncolate. - Bello, lisciato e ripulito! - fece sghignazzando il cazzone della camionetta, che in buona grazia e a dire di tutti 'non se lo caga manco il piccione che se lo mangia'. E ancora me ne stavo carponi a capo chino sulla ghiaia che aggiunse come canzonando:

-Apprezzatore del tuo verso, son io Cacao!

La gragnuola di sputi gli bucherellò la fronte come un colabrodo. E già gli schioppettava la camionetta, ché tanto prima che finisse in pasto ai pesci qualche altra sboccata amara gli faceva ingiallire i dentacci.

A quelli rimasti gli prudevano le mani dal grattarsi la pancia, e già si giuravano cazzotti che dalla babele alzata dalla camionetta ne uscì un certo tipo, tutto secco e appassito, con due mustacchi da basto e un cilindraccio in testa che davvero pareva un paracqua. Con un balzo già stava addossato di sguincio al tavolaccio, e manco il tempo di inguaiarlo che aprì la bocca:

Mi permetta buon signore

l'umile canzonare

Metropolita se vi pare

ma comunque son dottore

mi presento: Fibonatti

tempi duri sono questi

luce, affitto, caro prezzi…

ma non siamo mica matti!

quattro cavoli ammuffiti

due cipolle andate a male

un finocchio al funerale

di gramigna un po' di tè

salsa tartara scaduta

una parvenza d'insalata

servirò all'innamorata

questa sera al desinar

il borsello, quanto pesa

senza lista della spesa

ma si muova, c'è il tiggì,

compro tutto a due tarì!

S'azzittirono tutti come pesci, e davvero parevano campane senza batacchio.

Intanto quello aveva già scavalcato lo stecconato con le cipolle che gli bucavano le tasche, e da dentro la bottega si udivano le voci stridule del Tavoliere, e una più vicina che faceva come canzonando:

Superficialmente va', superficialmente meditando…

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